Jackmaster Pez ha trasportato l’house music dall’underground ai club più in voga. Per i giudici è stata una sorpresa trovarselo di fronte, dietro la consolle, emozionato come se stesse “ascoltando un disco di altissima qualità“.  Pez ha affascinato giudici e pubblico ed è presto diventato un punto di riferimento anche per gli stessi concorrenti.

Abbiamo deciso di raccogliere le domande più comuni che avete condiviso in questi mesi sui social e rivolgergliele personalmente. In questa intervista la vita e i ricordi di Jackmaster Pez s’intrecciano ad un pezzo di storia del club italiano: è la cronaca di un TOP DJ armato di skills, modestia, passione e… vinili.

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Ci racconti la tua prima serata da DJ. Quando e dove e come è andata?
La mia prima serata da Dj – con un mixer professionale Teac, con canali momo, per cui dovevi alzare 2 cursori del mixer per ogni giradischi e due giradischi Technics già a trazione diretta, ma senza regolatore di giri – l’ho fatta nel 1977 a 17 anni, nel parco di casa mia, con una banda di amici, ed è andata che dopo questa festa privata, (che poi così tanto privata non era), svuotammo l’unica disco della mia città, Novara, ed io e il mio partner della festa fummo chiamati da allora a condividere la consolle di quello stesso locale, il Gattopardo. Ebbe inizio la mia avventura…

Perché il nome Jackmaster Pez?
Il mio nome è Roberto e agli inizi il nome artistico inevitabilmente era Roby Dj. Poi a metà degli anni ’80, agli inizi della mia esperienza di produttore discografico, con il mio socio Ricky Soul Machine, sviluppammo l’idea – con la prima label indipendente di musica dance -di usare lo stesso nome sia per la label che per il gruppo: era Talk of the Tow. In quel periodo eravamo indipendenti convinti, ma con la fortuna di lavorare nel più grande studio digitale d’Europa, il Logic Studio dei Fratelli la Bionda, e nonostante il buon successo discografico e radiofonico, la mia evoluzione iniziava ad essere sempre più rivolta al fenomeno di questa nuova musica che arrivava da Chicago e chiamata House Music.
Arrivato al rigetto della musica Dance sempre più di plastica, scoprii Farley Jackmaster Funk, presi coraggio e feci il salto. Era l’anno 1988 e dopo una tournee con T.O..T.T, seduto su una poltrona con di fronte a me un poster di Jumping Jack Flash e pensando a quanto mi faceva saltare l’House Music, presi Jumping dei Rolling Stone e Jackmaster da Farley e Pez da un pezzo del mio cognome e uscì Jumping Jackmaster Pez (di cui per fortuna negli anni, Jumping è andato perso). Qui formai la mia prima House Band “CLINICA”, io il capobanda saltellante tra i piatti, Gino “Woody” Bianchi allo scratch, Claudio Isaia ai synth e campionatori e TatoTurntable.  Da allora House Music All Nite Long cambiò tutto per me, ma non solo per me, nacque una nuova generazione e un nuovo modo di vivere la musica e la notte.

Come si entrava all’epoca nel giro dei DJ?
Come ci sono entrato io ve l’ho raccontato prima, ma ovviamente, ognuno ha la sua storia, molti negli anni ’70/’80, incominciavano con infilarsi in consolle, perché amici, o con la scusa di occuparsi delle luci, fumo, palla, buio, flash, strobo, dance… Poi magari l’occasione di mettere il tuo primo disco ce l’avevi perché il dj della serata ti lasciava la consolle per bisogni fisiologici impellenti.
Oggi chiunque può fare il dj ovunque, mio nipote con lo smartphone, un amico con l’Ipad: le possibilità sono infinite. Questo secondo me è un bene, anche se io penso che la differenza sostanziale, tra “fare” il dj o “essere”  un dj è che nel primo caso si hanno molti più pensieri: soldi, successo, fama, apparire e anche – come nel secondo caso – la musica. A pensarci bene, io solo a quarant’anni ho capito che ero un dj, anche se – ancora prima di quel mio primo  party nel 1977 – ascoltavo sempre tanta musica, compravo i miei primi dischi, me li ascoltavo con il mangiadischi. E questo dall’età di 8 anni, arrivato ai 12 e alle prime feste in casa tra studenti, la mia grande timidezza, insomma il non aver il coraggio di dire ad una ragazza “balli con me” (così si usava allora), mi ha portato a nascondermi dietro ad un giradischi e mi ha portato ad essere io a far ballare gli altri, da allora fino ad oggi, e grazie alla figura del dj, che è indubbiamente in risalto, ho vinto ogni introversione.

Quali erano i club più forti? E i DJ che avevi come riferimento? 
Questo dipende molto dal periodo, io ho avuto la fortuna di vivere il Rock, la Disco e il funky negli anni ’70, la new wave e la Dance negli anni ’80 e dalla fine di questi, l’house, dal jazz all’acid, fino alla Nu Disco degli ultimi dieci anni.
Se volete potrei scrivervi un’enciclopedia, ma per farla in breve, nel mio vissuto – nel 1970 – i due dj radiofonici che mi aprirono al mondo della musica di “importazione” sono stati Renzo Arbore e Gianni Boncompagni. Qualche anno dopo, alla metà di quegli anni aprirono le prime radio pirata e  ci fu un dj che stravolse tutto e si chiamava Claudio Cecchetto (Divina Club Milano). Successivamente arrivò a Milano, dallo Studio 54 di New York, Tony Carrasco (Amnesie), che musica…quello è stato il mio periodo disco!
Agli inizi degli anni ’80 sempre a Milano incominciò qualcosa di “alternativo” ed un certo Nicola Guiducci aprì una spazio fatto solo di musica che fece impazzire tutti noi nottambuli: il Plastic.
In quel periodo, io ebbi la fortuna grazie al mio amico e  socio Ricky (Soul Machine) di mettere i dischi nel primo Club gay di Milano il No Ties…che meraviglia…le cubiste non esistevano, ma avreste dovuto vedere le commesse di Fiorucci ed Elio in jeans e t-shirt nera..che spettacolo, da lì, grazie ad un creativo come Cesare Zucca, passavano tutti: dal compleanno della Bertè ai Frankye Goes to Hollywood. Mitici e indimenticabili anni ’80!
Poi l’House Music: qui si apre un mondo, sicuramente Frankie Knuckles, ma non ho voglia di farvi un elenco infinito, tra produttori e dj USA e UK soprattutto. Di quel periodo vi voglio citare quei dj italiani che hanno realizzato questo fenomeno in Italia, anche se ognuno con il proprio stile. A Milano Luca Colombo con il club Matmos, nel Veneto al Movida Leo Mas, Gemolotto e Fabrice a Riccione al Vae Victis Ricci, Ricky Montanari e Flavio Vecchi all’Ethos Ralf, a Torino allo Studio Due Lorenzo Latin Superb Posse, a Napoli Claudio Cocculuto Angels of Love, in Toscana Stefano D’Andrea Kama Kama…

Ci racconti quando fare il dj è diventata una tua professione?
Contemporaneamente al djing (avrei pagato per fare quella vita a vent’anni) lavoravo nel negozio di hi-fi della mia famiglia e questo finché non sono riuscito a vivere con le sole serate. A 25 anni è diventata la mia professione, ma per tutta la vita, per vivere di musica ed investire nella musica, ho realizzato produzioni, ho organizzato one night, insomma ho abbracciato tutto quel mondo legato alla musica.

Chi e cosa era il Dj all’epoca e chi e cosa è oggi?
Io credo che allora come oggi, il Dj era e debba sempre essere quel termometro emozionale, che trasmette e scambia continuamente emozioni con il pubblico. Non importa con quali tecnologie o con che genere musicale. Una volta una collega mi disse che noi vendiamo merda fritta, io preferisco regalare emozioni…

Cosa pensi delle nuove generazioni di Dj?
Non è una questione di età, si trovano giovanissimi geni, che rivoluzionano la musica. Tuttavia, oggi in un determinato contesto (e parlo soprattutto dell’Italia) dov’è predominante la musica commerciale, trovare giovani talentuosi e soprattutto musicalmente acculturati è sempre più raro.

Riusciresti mai a staccarti dai vinili per i tuoi dj set?
Certo, non è un problema riuscire a staccarmi dai vinili, io dal 2000 uso anche i cdj ma la storia è questa: io ho cercato di trasformare un problema prima in una esigenza, poi in una virtù. Data la mia cecità, piuttosto che portarmi un 70pollici come schermo di un computer per poi selezionare solo delle tracce, preferisco a questo punto mantenere in vita quello che io considero ancora un mondo vivo e da non abbandonare, cioè la produzione, la stampa e l’acquisto di dischi in vinile, che – con il loro fruscio ma anche con il calore del suono analogico, con la copertina che quando invecchia è come quella di un libro oltre a tutto ciò che di creativo può contenere – hanno una forma, un odore e qualcosa di vivo! Insomma, la classicità del lavoro del dj.

Cosa pensi delle nuove tecnologie?
Penso che le nuove tecnologie, permettano la costante evoluzione della musica e quindi non sono contrario. L’unica precisazione è che devono essere un mezzo, non un fine.
Sono pochi a saperle usare con sapienza e troppi le utilizzano con il risultato finale  di ottenere solo rumore da un’infinità di groove ed effetti e a questo punto mi chiedo: ma la MUSICA?

Perché non condividi spesso le tue esperienze con il mondo di internet?
Perchè sono un pigro!! Ma da ora, promesso, condividerò il più possibile 🙂

Come vedi la cultura dei Dj fra qualche anno? 
Non molto diversa da oggi. Sempre più musica e più tecnologia per poterla ricercare: ma quantità non è sinonimo di qualità.
Per quanto riguarda il Dj stesso, lo vedo andare sempre di più in costruzione sull’apparenza del personaggio e poco sulla sostanza.

Compri ancora dischi? Da dove?
Certo, la mia ricerca e i miei acquisti sono quotidiani… sarà una malattia? (ahah). Tramite colleghi e persone che reputo all’altezza, maniaci loro stessi nella ricerca, a secondo del loro genere, riesco ad avere la giusta panoramica su ciò che mi interessa: nu disco, elettronica, house e funky. Unica nota stonata, il costo dei vinili, sempre più cari, soprattutto quando compro uscite rare.

Come mai hai deciso di partecipare a Top Dj?
Sono un incosciiiiieeeeeeente  🙂

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Come hai preso la decisione di Albertino, Stefano Fontana e Lele Sacchi di non farti proseguire il percorso dentro Top Dj?
Bene, è stata la cosa giusta da fare. Albertino, Stefano e Lele, come forse ho detto già in trasmissione, hanno avuto per me  sincere parole d’affetto che mi hanno commosso. Cosa chiedere di più? Grazie ragazzi 🙂 E grazie a tutti di TOP DJ per il calore con il quale mi avete sostenuto.

Qual è il club in Italia in cui hai suonato e che ti ha lasciato un ricordo indelebile? Dove ti si può sentir suonare questa estate? 
Il Club in Italia che mi ha lasciato un ricordo indelebile e che porterò nel cuore tutta la vita – oltre al primo locale in cui ho suonato, il Gattopardo (come si dice il primo amore non si scorda mai) – è il One Night Matmos di Milano. Mi ha dato la vita, mi ha dato la possibilità di suonare ciò che volevo, mi ha dato la fama come dj house e mi ha spezzato il cuore. Marco Tini ti voglio bene, see you in the next life! Sono commosso mentre ne sto parlando con voi.

Questa estate, sono al mare, al fiume, in campagna, in città … seguitemi su Facebook. 🙂

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