C’e’ una data precisa che determina l’ingresso ufficiale della figura del disc jockey alla televisione italiana: il 20 Febbraio 1977, quando va in onda la prima puntata della storia di “Disco Ring”, condotto da Gianni Boncompagni. La tv è ancora in bianco e nero, e le prime immagini mostrano le mani di un dj che fanno partire un registratore a nastri (venivano chiamati per convenzione “Revox”, dalla marca più diffusa, mentre gli americani li definivano “Reel to Reel”) e poi alzano i cursori di un mixer per far salire in primo piano il brano della sigla.

L’immagine si allarga e mostra Boncompagni, in giacca e cravatta, dietro una consolle da dj con due giradischi e sullo sfondo una parete composta interamente da casse acustiche. La sua postazione è circondata da giovani ragazze carine e ragazzi fricchettoni (“vedo tante barbe” dice nel primo intervento). In pochi minuti tutte le caratteristiche del disc jockey vengono esposte, per la prima volta, in televisione: la tecnica (il dj è quello che manualmente fa partire la musica), la potenza del sound (la parete di casse), il ruolo di catalizzatore dei giovani, che lo circondano anche visivamente.

Il dj entra in tv dalla porta principale (Disco Ring va in onda la domenica pomeriggio su Rai Uno in una fascia di altissimo ascolto) attraverso la trasposizione televisiva di un classico “format” radiofonico: la “hit parade”. Disco Ring è infatti un programma costruito attorno alla classifica settimanale dei dischi più venduti, ed ha come sottotitolo “Settimanale di musica e dischi”. Boncompagni è il prototipo del “disc jockey” radiofonico italiano insieme al suo storico compagno di radio Renzo Arbore, il quale è sempre andato fiero di definirsi tale, addirittura al cinema. In una celebre scena scena del film Il Pap’occhio (1980) l’arcangelo Gabriele (interpretato da Diego Abatantuono), chiede, con la sua tipica cadenza foggiana: “Se tu hai fatto un disco ti metti nelle mani di chi?”, ed Arbore risponde: “Nelle mie, il disc jockey!” (qui al minuto 13,14).

Non è un caso che Disco Ring arrivi in tv proprio nel pieno della prima stagione delle radio private, e che i conduttori delle edizioni successive vengano scelti proprio dal bacino dei dj che si sono fatti le ossa ed hanno acquisito popolarità locale attraverso le radio, primo tra tutti Claudio Cecchetto, che appare per la prima volta al minuto 3,07 della prima puntata della stagione ‘79/’80.

E’ lui che capisce il potere mediatico della figura del disc jockey tanto da chiamare “Radio Deejay” l’emittente in FM che fonda poco tempo dopo e di portarla a sua volta in tv con “Deejay Television”, su Italia Uno, programma di riferimento per i ragazzi dei primi anni ’80, attraverso il quale verranno lanciati nomi e volti destinati al successo, tutti provenienti dal mondo della radio: da Jovanotti a Gerry Scotti, da Fiorello ad Amadeus, da Kay Rush a Linus.

Se portare in tv le voci radiofoniche sembra un passaggio naturale, è senz’altro più difficile mettere sul video il dj da discoteca, che armeggia con dischi e mixer ma non è abituato a parlare in pubblico e certo non è televisivamente interessante. Lo diventa quando, sempre nei primi anni ’80, un dj di Radio Luxembourg, Tony Prince, fonda il “DMC – Disco Mix Club”, associazione internazionale per disc jockey che lancia i campionati mondiali di “dj scratching”, gare di abilità tra virtuosi del vinile, che in poco tempo diventano così popolari da conquistare luoghi storici della musica come la Royal Albert Hall e la Wembley Arena di Londra.

Se i maestri dello scratch acrobatico sbarcano alla tv italiana è tutta colpa mia (o merito, mettetela come volete). Alla fine degli anni ’80 infatti Disco Ring cambia nome in “Tam Tam Village” e diventa un programma musicale più ambizioso, presentato da Carlo Massarini. Lavorando nella redazione del programma propongo di spettacolarizzare il momento canonico della enunciazione delle classifiche facendo vedere e sentire i dischi più venduti della settimana manipolati dai migliori dj scratchers d’Italia. Inizialmente scettici all’idea di doversi esibire con dei 45 giri (anzichè con i “disco mix”) e di avere fra le mani pezzi famosi di Phil Collins e Sade anzichè “beats & pieces” di underground hip hop incisi su introvabili “white labels”, i funamboli dei disco come Francesco Zappalà, Giorgio Prezioso e Lory D portano in televisione la manualità virtuosa del dj sul vinile e l’uso del giradischi come vero strumento musicale. Mentre il CD diventa per tutti il supporto sul quale ascoltare la musica, il disco in vinile diventa la Fender Stratocaster del dj.

Negli anni ’90 l’esplosione dei “Dj superstar” con i sempre più maestosi ed elaborati shows che circondano le loro performances non risolvono il problema della scarsa telegenia del dj, e anche in tempi recenti solo i fans più accaniti riescono a reggere la visione integrale di esperimenti cinematografici tecnologicamente e creativamente eccellenti come “Don’t think” con i Chemical Brothers o  “From The Big Beach Boutique” con Fat Boy Slim, così come è impegnativo guardare per intero in tv la recente performance di una nuova stella come Zedd all’Itunes festival di Austin, pur arricchita da visuals spettacolari.

Su MTV abbiamo sempre seguito le vicende dei djs e ci siamo posti la questione della scarsa telegenia, risolta in linea di massima con montaggi veloci e sintesi estreme delle performances. I djs che hanno suonato ai nostri eventi italiani ed internazionali, da David Guetta a Tiesto, da Afrojack a Skrillex, si sono sempre esibiti sui titoli di coda, in stacchetti tra le performances, oppure con ospiti che cantano i loro brani, come in questo caso Kelly Rowland con David Guetta all’MTV Summer Song di Roma nel 2009.

In USA, un appuntamento televisivo di alto profilo come la serata dei Grammy Awards ha diverse volte messo insieme artisti musicali tradizionali con djs, come Deadmau5 con i Foo Fighters nel 2012 (qui al minuto 1,36).

O la già leggendaria performance dei Daft Punk con Stevie Wonder, Pharrell e Nile Rodgers quest’anno.

Nel frattempo la tecnologia e l’evoluzione del web hanno rivoluzionato la modalità di fruizione della videomusica. E’ più immediato e meno impegnativo guardare su Youtube un estratto di pochi minuti di performance di un dj, e questo ci ha permesso di creare eventi di MTV completamente dedicati alla musica elettronica, come gli MTV Digital Days di Torino, in cui la parte tradizionalmente televisiva non è più al centro del progetto, mentre i materiali che circolano “parcellizzati” in rete sono sempre più importanti.

Nel nuovo scenario della comunicazione digitale si differenziano anche i formati, e non si tratta più di rendere interessante una qualsiasi performance di un dj, ma di inventare nuove forme di “storytelling” legate al loro mondo, ad esempio i “corti” come questo delizioso diario di Skrillex al festival di Glastonbury.

O gli “after movies” dei grandi festival dance che hanno il preciso scopo promozionale di far venire voglia di andarci, visto che mostrano in linea di massima tanta gente bella felice e colorata che balla con la musica dei dj più forti del mondo, come fanno quelli di Tomorrowland.

Per i fissati con le semplici e statiche performance dei djs, esiste invece la serie “Boiler room”, inventata proprio per dare la sensazione a chiunque stia di fornte ad un laptop di trovarsi ai bordi della consolle, e diventata una “property” di culto nel mondo.

Gli anni passano, la tecnologia galoppa, ma il problema di come far apparire i dj in tv rimane, e ricordiamo come esempio negativo la mesta performance di Bob Sinclar al Festival di Sanremo 2010.

Allora forse vale la pena tornare a quella prima puntata di Disco Ring, 37 anni fa, in cui dietro il rudimentale armamentario analogico c’era un giovane ed elegante signore che mostrava dischi, giradischi e copertine e snocciolava  nomi dei brani e numeri della classifica. Faceva, in tv, il puro e semplice mestiere del disc jockey.

Troppo spesso ci si dimentica che “Dj” significa “Disc Jockey” e che la definizione di “fantino del disco” calza a pennello se si pensa che il lavoro del fantino non è tanto quello di cavalcare, quanto di portare il cavallo da un punto di partenza ad uno di arrivo. Il disc jockey prende la musica sul nascere e la accompagna il più velocemente possibile verso il traguardo, cioè verso la conoscenza da parte del pubblico, e se va bene, verso la vittoria. Questo hanno fatto, forse inconsapevolmente, i giovani disc jockeys che hanno partecipato alla prima serie di TOP DJ.

Nel loro essere completamente e visibilmente spontanei, mettendo a nudo la loro percepibile passione per questo lavoro, sono riusciti a far capire anche a chi non conosce questo mondo ciò che sta dietro all’attività del d.j.. Nello scenario spesso desolante del clubbing, pieno di mezze celebrità che fanno finta di fare i dj per arrotondare i loro guadagni dimenandosi inutilmente dietro un mixer e pigiando tasti a casaccio, i contendenti al titolo di TOP DJ sono riusciti a restituire la dignità che merita il mestiere più bello del mondo, rivelandosi “portatori sani” di musica. Questo è solo l’inizio, per loro.

TOP DJ ha aperto una porta, ora sta a loro aprire le altre. Che la forza sia con voi: intro, primo pezzo, e fateci vedere la pista piena, ok? In bocca al lupo ragazzi.

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